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Pubblici esercizi: mercoledì 28 ottobre a Verona sit-in regionale per chiedere aiuti per la categoria

Il presidente di Fipe regionale Alajmo: “Un’iniziativa simbolica per segnalare all’opinione pubblica che si è aperta un’emergenza nell’emergenza. Molte attività sono sull’orlo della chiusura, il governo intervenga con provvedimenti urgenti”.

Il presidente di Confcommercio Veneto Bertin: “Il conto economico già pagato è salatissimo. Il rischio è che il settore venga definitivamente compromesso con forti ripercussioni sul piano occupazionale e per il tessuto sociale”.

(Venezia, 24 ottobre 2020) – Così come in altre regioni d’Italia, anche la Fipe del Veneto scende in piazza per chiedere al governo aiuti per la categoria, dopo l’ulteriore stretta imposta alle attività dall’ultimo Dpcm del premier Conte.

Il sit-in si svolgerà mercoledì prossimo, 28 ottobre, a Verona alle ore 11, con la presenza di rappresentanti di tutte e sette le province del Veneto, per segnalare all’opinione pubblica le difficoltà che bar, ristoranti, pizzerie, pasticcerie, fornitori di catering e quant’anno stanno incontrando da una settimana, in aggiunta a quelle già affrontate nei mesi scorsi durante e dopo il lockdown.

“Sarà un’iniziativa dal valore simbolico – spiega Erminio Alajmo, presidente di Fipe Confcommercio Veneto – Gli ultimi provvedimenti anti contagio stanno generando un’emergenza nell’emergenza. Già il nostro è tra i settori più danneggiati dalla pandemia. Ora, se c’era qualche flebile, ma incoraggiante segnale di ripresa, tutto rischia di essere vanificato. Ci sono attività in ginocchio, altre prossime alle chiusure, altre ancora che meditano di non aprire più per qualche mese, mandando il personale in cassa integrazione e sappiamo bene cosa significhi, anche rispetto ai tempi di erogazione della stessa”.

A preoccupare è l’impatto che sta derivando dal divieto di somministrazione di cibi e bevande in piedi, dopo le 18, all’interno e all’esterno del locale; la limitazione a sei posti per i commensali a tavola; e quella a 30 per i banchetti delle cerimonie religiose che già in primavera e in estate erano state praticamente annullate.

“Tutto giocoforza incide sul volume di lavoro, chi è “grande” può tentare di resistere, seppure in sofferenza, i “piccoli” invece non ce la fanno – osserva Alajmo – Già questa settimana in moltissime parti sono state annullate tutte le prenotazioni e i consumi si sono drasticamente ridotti. Ora noi vorremmo che il governo prevedesse dei supporti concreti per la nostra categoria. Il premier Conte ne ha fatto un cenno generico, mentre noi abbiamo bisogno di certezze: chiediamo, in particolare e da subito, contributi a fondo perduto, in proporzione al fatturato che l’attività viene a perdere, mentre le spese fisse continuano a correre. Sono necessari, inoltre, la riduzione dell’Iva del 50%, credito d’imposta sugli affitti locali, interventi a supporto del turismo. La situazione è insostenibile e se le istituzioni non si attivano al più presto, è inevitabile che per molti sia la fine”.

Fipe sottolinea che il sit-in di mercoledì non ha alcuna volontà di criticare le misure per la tutela sanitaria in questo difficilissimo momento segnato dall’incremento del numero dei contagi e dei ricoveri per Covid-19; quanto di evidenziare la gravità in cui si trovano gli operatori sui quali incide, peraltro, anche la minore frequentazione derivante dalla propensione della popolazione a uscire meno di casa.

L’iniziativa si svolgerà in contemporanea in altri nove capoluoghi italiani: Roma, Milano, Firenze, Torino, Trento, Bologna, Napoli, Cagliari e Catanzaro, con un impatto visivo e mediatico che intende raggiungere tutta Italia.

“In questi mesi – sottolinea il presidente di Confcommercio Veneto, Patrizio Bertin – gli imprenditori della ristorazione e dell’intrattenimento hanno investito moltissimo in sicurezza, con sanificazioni, dotazione dei dispositivi di sicurezza, misure all’avanguardia, seguendo i protocolli e le regole, con senso di responsabilità e grande attenzione. Il conto economico già pagato è salatissimo, adesso il rischio è che questo settore, così di eccellenza per la nostra regione, venga definitivamente compromesso con enormi ripercussioni sul piano occupazionale e per il tessuto sociale delle nostre città e dei nostri paesi”.

L’Ufficio studi nazionali paventa per fine anno la chiusura di 50 mila aziende e la perdita di 350 mila posti di lavoro.